Mare.

Non sono un’amante del mare, quasi mi fa paura, però ammetto che quando vuole, sa essere meraviglioso.

È vivo grazie al mistero che possiede la sua anima.

Non viene mai comandato da nessuno, il mare è uno degli essere più liberi al mondo.

È pieno di vita. È pieno di sé.

Non ha regole, lui.

Mi è capitato di passare ore seduta su quella sabbia fresca, quella che trovi la mattina presto, quando è ancora buio.

Nonostante l’ora, il mare era già pronto, lui è sempre pronto, non ha bisogno di tempo per prepararsi ad accogliere qualcuno. È quasi femminile, in continuo movimento, sempre aggraziato, anche quando agitato.

Quella mattina, fredda, ho dato un sacco di ricordi al mare.

Ho lasciato un sacco di parole, fare capriole al ritmo delle onde.

Però, non ci ho lasciato il cuore.

Quello non lo lascio mai a nessuno e, forse è un male, ma quel senso di fiducia che, solo il vento quando ti accarezza le guance ti dà, non me lo ha mai fatto provare nessuno.

Persino di me stessa non fido.

Ecco, quella mattina, il mare, stronzo com’è, è quasi riuscito a farmi fidare di lui.

Ho visto il sole, sorgere, riscaldare la sabbia, far cambiare colore all’acqua.

Farla diventare da grigia a Blu, come me.

Sono stata travolta, trascinata e scottata da quelle gelide sfumature.

Non ci ho lasciato il cuore, ma sono rimasta bloccata a quel blu.

Sono rimasta bloccata nel blu.

E ora non ne esco più.

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Faccia a Faccia.

Ormai, per colpa di questi telefoni, non parliamo più faccia a faccia con nessuno.

Riusciamo sempre meno ad esprimerci, parlarci e criticarci.

Sono un sacco le parole che abbiamo in testa e che ci ballano sul cervello, ma non le diciamo mai.

Timidezza?

No. Peggio, paura.

Abbiamo costantemente paura di quello che pensiamo, di ciò che ci piace e di quello che ci fa stare bene.

Ma siamo soprattutto impauriti dalle reazioni altrui.

Quindi stiamo zitti.

Il peggio, arriva quando, invece di stare in silenzio, ci parliamo, tramite i messaggi. Magari aggiungendo un cuore alla fine della frase.

Ci siamo mai chiesti cosa significa realmente?

Ogni volta rimango spiazzata. Magari ho appena salutato una persona e neanche un minuto dopo mi arriva un suo messaggio. È pazzesca come cosa.

Ammetto che, ogni tanto, lo faccio anche io e, mi arrabbio con me stessa, non mi sopporto.

Però, qualche giorno fa è cambiato tutto.

L’altro giorno, ho parlato.

Si, faccia a faccia, con qualcuno.

Per una volta, sono stata costretta a non rimandare il discorso su whatsapp.

Ho parlato, con la solitudine. Ci ho provato a silenziarla, a mettere modalità “muto”.

Non ci sono riuscita.

La musica non è servita, la televisione nemmeno, la radio come se non esistesse e le pagine dei libri come se fossero state bianche.

L’ho affrontata.

È stato difficile, molto, ma ci ho parlato, faccia a faccia. Senza intermediari. Senza Cuori.

Solo io, lei e la Luna, che ci guardava ridendo, prendendoci in giro con le sue amiche stelle.

In fondo non è stato male.

Mi ha accompagnata per un lungo pomeriggio grigio. Mi ha fatto parlare con i miei pensieri.

La solitudine, mi ha tenuto compagnia.

Cambiamenti.

I cambiamenti spesso e volentieri ci distruggono.

Distruggono noi, e i rapporti con le persone, le relazioni.

In questi anni per me sono cambiate tantissime cose, fin troppe.

È stato tutto una continua rivoluzione.

Ho conosciuto e toccato con mano cose, esperienze, persone e situazioni nuove.

Non mi sono mai stancata dei cambiamenti, ma adesso si stanno moltiplicando troppo velocemente, per i miei gusti.

Ci metto sempre un pochino a metabolizzare le novità, ma non così tanto. Sono favorevole alle svolte, ai nuovi arrivi.

Però sono anche molto attaccata alle radici. Quelle piccole e minime cose che mi trasmettono sicurezza devono rimanere così. Parlo anche di cavolate, come il tipo di balsamo preferito.

Il punto è che spesso, non puoi scegliere cosa cambiare e cosa no, succede e basta.

Come i legami.

Come le persone.

Non puoi sperare di rimanere legato ad una persona che ormai non ti appartiene più.

Ci sono quelle che rimarranno, per sempre. Quelle che dopo poco se ne andranno e, infine, quelle che ti fanno più male.

Quelle con cui vivi di tutto, ma di botto, cambiano.

Non le capisci più.

Non ti capiscono più.

Non vi capite più.

Diventate estranee. Diventate persone che hanno condiviso tanto, ma alle quali non rimane più niente o, se va bene, poco.

Fortunatamente ne ho incontrate poche di persone così, ma le uniche con cui ho vissuto tutto questo, mi hanno fatto molto male.

Dopo un po’ però non te ne accorgi neanche più.

Capisci che alla fine è meglio se è andata a finire così.

Io per la mia strada, tu per la tua.

Ti fanno crescere queste persone, ti fanno capire un sacco di cose.

Ti rimarranno sempre dentro.

Quando ripenserai a lui lei o loro, sentirai una sensazione strana.

È un misto di schifo, nostalgia, tristezza, ma anche allegria.

È intenso.

Non so se è piacevole come cosa, so solo che non ha senso.

Devi vivere per capirlo.

Lo devi assaporare.

Non so come definirli i cambiamenti.

Vuoto.

Mi sento vuota, come se le novità mi scivolassero addosso. Mi sento rimbombare tutto dentro.

Ma è vero che siamo tutti così vuoti?

No.

In realtà, siamo pieni di roba, stracolmi di tutte ‘ste cose che ci buttano e che ci buttiamo dentro.

Siamo pieni di cose che cerchiamo e troviamo.

Ma siamo insaziabili.

Ci ripetiamo in continuazione di essere vuoti, quando realmente siamo solo stanchi e annoiati.

Annoiati della routine, delle giornate programmate e degli stessi volti che ci accompagnano nel nostro solito vortice di noia.

Però se continuiamo così finiamo per scoppiare.

Ho già provato questa sensazione.

È come se tutto quello che avessi raccolto, ti stesse mangiando l’anima per arrivare a galla.

Perché vuole uscire, prendere vita e forma.

Ed è qui che ci accorgiamo di essere stracolmi.

E non ci interessa.

Mangiamo, assorbiamo nozioni, informazioni, esperienze continuamente.

Ma prima o poi si scoppia tutti.

È inevitabile.

Non possiamo scappare dalle cose, tanto loro ci rincorrono e la maggior parte delle volte vanno più veloci di noi.

E a quel punto sei finito.

FOTTUTO.

È impossibile andare avanti.

Tanto ti raggiunge.

Non lo vedi?

Si, è proprio dietro di te.

Eccolo lì tutto quello che pensavi fosse il vuoto.

È un sacco di roba lo so.

Sei stupito?

Tranquillo, la prima volta è andata così anche a me. Ma non ti preoccupare dopo un po’ ti abitui.

Ti abitui ad essere mangiato, ad essere scaraventato in quell’ammasso di casino.

E ti abitui anche a fare ordine.

Ti abitui a ricominciare tutto da capo.

Benvenuto nel vortice del Vuoto.

Nuvole.

Oggi le nuvole sono strane.

Non dicono niente.

Non raccontano niente.

Non hanno colore.

Non prendono forma.

Non hanno sostanza.

Sono semplici nuvole.

Senza storia.

Senza personalità.

Senza anima.

Senza fantasia.

Non si muovono neanche. Sono pigre.

Ci guardano,

ma non parlano.

Sono solo semplici nuvole.

Come me.

Alba.

Oggi mi sono svegliata presto.

È un po’ che mi sveglio presto.

Sono stata infastidita dal vento che soffiava, ed entrava in camera dalla finestra. Mi sono venuti i brividi.

Mi sono alzata dal letto, ho messo una felpa e ho preparato un tè.

Ho preso la mia solita tazza e sono uscita in terrazza.

Ho visto l’alba.

Quel sole, quello rossiccio, mi dava un senso di calore.

È come se questa giornata mi avesse accolto, come se questa volta mi avesse dato lei il buongiorno, e non viceversa. Ho pensato, tanto. Stranamente senza musica.

Probabilmente perché la musica di sottofondo ormai mi da fastidio.

Se una canzone è solo di sottofondo non riesco a godermela, a viverla. Quindi tanto vale lasciar perdere, e far sì che siano i tuoi pensieri il sottofondo di alcuni momenti.

Era bella Firenze vista dall’alto, dipinta di rosso e arancione.

Era bello anche non sentire il rumore delle macchine, ma solo quello del vento.

Era un bel quadro e io c’ero dentro.

Non so come, ma mi sentivo parte di quel meraviglioso quadro.

Sono rimasta seduta ad aspettare,

ad aspettare che il sole arrivasse fino in cima, dove lo vediamo di solito. Lassù, bello giallo, bello acceso, forte.

Ho visto tutti i cambiamenti, i primi negozi ad aprire, le prime persone ad uscire, le macchine, gli autobus…. Ho visto la vita che piano piano si impossessava della città.

Suona la sveglia.

Torno alla vecchia routine.

Caos.

Sono in treno.

Sto tornando dall’allenamento.

Le cuffie stanno sputando fuori la voce unica di Vecchioni.

La alzo, perché sento una signora parlare al telefono a voce alta.

Troppo alta.

Non manca molto per arrivare alla mia stazione, ma il tempo sembra non passare mai.

Accanto a me è seduto un uomo, sulla cinquantina, vestito da operaio, molto probabilmente sta tornando a casa dopo una lunga giornata di lavoro, ma è contento. sta mangiando un pezzo di pizza. È affamato.

Come me.

Solo che io ho una fame diversa dalla sua.

Ho fame di vita.

Sì. Proprio così. Ho fame di vita.

È un po’ che non so più cosa vuol dire vivere. È tutto così regolare, lineare, quasi scontato.

Non ci sono più colpi di scena.

È tutto piatto.

Non ci sono onde, non c’è caos.

Io amo il caos.

Mi provoca un certo solletico alla pancia, che stranamente è piacevole.

Il caos è qualcosa di essenziale per me.

La mia mente è sempre stata un caos, e io, in quel bellissimo e freneticissimo casino, ci trovavo vita.

Adesso si è tutto fermato, è diventato tutto concreto, senza obbiettivi, senza voglia di cercare, trovare, amare, odiare.

Sono arrivata.

Scendo dal treno.

Vado alla ricerca del caos.

Voglio ritrovare il mio caos.

CAOS.

Scusa.

Esco velocemente dalla doccia, afferro l’accappatoio, avvolgo i capelli con un asciugamano e corro in camera.

Prendo i primi vestiti che vedo nell’armadio e mi vesto.

Mi guardo allo specchio e metto un po’ di mascara, mi infilo le scarpe, prendo la borsa ed esco.

Mentre corro per le scale, cerco di sciogliere i soliti nodi alle cuffie.

Sono sempre di fretta.

Cammino svelta per i viali di firenze, con Gazzelle nelle orecchie.

Ho i capelli ancora bagnati e una faccia sconvolta.

Arrivo in ritardo all’appuntamento fissato giorni prima con un amico.

Gli chiedo scusa.

Chiedo sempre scusa. Per qualsiasi cosa.

Perché sono vestita male e non mi sono truccata, perché sono spettinata e stravolta, perché arrivo in ritardo, perché mi arrabbio, ma soprattutto perché non parlo.

Chiedere scusa, ormai, è diventata come una droga.

Mi ritrovo sempre in contesti dove gli altri sono giusti e io sbagliata. Quindi chiedo scusa.

Ma è davvero così?

Mi devo sentire davvero così?

Voglio uscire in pigiama, con una crocchia che non ha definizione, gli occhi stanchi e la musica nella testa.

Non ho più voglia di chiedere scusa.

Cuffie.

Ascoltare.

Cosa vuol dire veramente ascoltare.

È una delle cose più difficili da fare, eppure ogni tanto ci riesce.

Ho sempre girato per le strade con le cuffie nelle orecchie, con un sacco di parole ritmate in testa e una gran voglia di urlarle a squarciagola.

Non ho mai ascoltato i discorsi delle persone ferme all’angolo del marciapiede, o sedute alla panchina del bar.

Da quando ho cominciato a prendere l’autobus, ho notato, che le persone urlano quando parlano a telefono.

Forse è per questo che l’80% di noi, si mette le cuffie, per non sentire il resto, ma se stesso.

Perché in fondo è questo che facciamo quando ascoltiamo la musica, ascoltiamo noi stessi.

Penso che qualche volta dovremmo ascoltare anche gli altri.

Magari hanno anche loro qualcosa di importante e sincero da condividere.

Magari hanno voglia di sfogarsi.

Magari devono dirti una cazzata.

Però penso che faccia bene ascoltare, senza parlare.

Ogni tanto, togliamocele queste cuffie.

Togliamoci questa Indifferenza che abbiamo nei confronti delle persone.

Ascoltiamoci.

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